Chiunque abbia provato a far pagare un video si e’ scontrato con lo stesso muro: per essere
guardato, il filmato deve arrivare al browser di chi guarda. E cio’ che arriva al browser,
in un modo o nell’altro, si puo’ tenere. Da questo fatto non si scappa, e conviene dirlo
subito perche’ tutto il resto discende da qui.
Quello che si puo’ fare non e’ rendere impossibile la copia. E’ renderla
costosa: togliere di mezzo lo scaricamento automatico, quello che si fa con un
comando e si ripete su mille contenuti senza che nessuno stia a guardare. E’ una distinzione
concreta, non un modo elegante di ammettere la sconfitta: il danno vero non lo fa la persona che
registra lo schermo, lo fa lo script.
Nascondere l’indirizzo non serve a niente
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La prima idea di tutti e’ nascondere l’indirizzo del file. Non funziona, e non
funziona in modo banale: basta aprire gli strumenti da sviluppatore del browser e leggere le
richieste che la pagina sta facendo. L’indirizzo e’ li’, in chiaro, perche’
deve esserlo — e’ il browser stesso a doverlo chiedere.
Le tre cose che servono insieme
La strada che usano i servizi che vendono film per mestiere e’ un’altra, e mette in
fila tre pezzi che da soli non bastano.
Primo: il video non e’ un file. Viene tagliato in segmenti da pochi
secondi, e ogni segmento e’ cifrato. Scaricare un segmento significa ritrovarsi con qualche
secondo di rumore.
Secondo: i segmenti stanno dietro una porta che scade. La rete di distribuzione
li consegna solo a chi presenta un permesso firmato con una scadenza breve. Un indirizzo copiato e
incollato altrove smette di funzionare da solo dopo qualche ora.
Terzo, ed e’ il pezzo che fa la differenza: la chiave per decifrare non sta
insieme al video. La consegna il sito, non la rete di distribuzione, e la consegna solo
dopo aver controllato che quella persona abbia davvero il diritto di guardare in quel momento.
Chi si porta via tutti i segmenti si ritrova con materiale inutilizzabile, perche’ la
serratura e la chiave non hanno mai viaggiato insieme.
La conseguenza pratica e’ che per copiare non basta piu’ un indirizzo: servono due
cose diverse, ottenute in due modi diversi, che scadono entrambe.
Il pezzo che quasi tutti dimenticano
Costruita tutta questa impalcatura, capita di lasciare fuori le cose che sembrano marginali:
l’anteprima, la locandina, e soprattutto i sottotitoli.
Sono un file di testo, e quasi sempre finiscono in una cartella pubblica, scaricabili da
chiunque. Per un documentario o una lezione, quel testo e’ buona parte del contenuto che si
stava proteggendo. Tutto il resto puo’ essere perfetto: se il testo e’ li’ fuori,
la protezione ha un buco della misura giusta per farci passare quello che conta.
La regola sana e’ una sola: tutto cio’ che fa parte del contenuto venduto passa
dallo stesso controllo. E c’e’ un secondo motivo per non servire quel file
com’e’: se lo ha caricato un utente, restituirlo tale e quale ai visitatori significa
pubblicare sul proprio sito qualcosa che non si e’ scritto. Il modo giusto e’ leggerlo,
tenerne solo tempi e testo ripuliti, buttare l’originale e ricostruire la traccia al momento.
Come lo abbiamo implementato, compresa la parte non ovvia di tenere i tempi allineati quando in
mezzo parte una pubblicita’, sta qui:
sottotitoli
in piu’ lingue su un video a pagamento. Il quadro completo — cifratura, cookie
firmati, chiave servita da WordPress — e’ in
come vendere
il noleggio dei tuoi video da WordPress.
Un’ultima cosa, sui video gratuiti
Un video libero non e’ un video senza serratura: e’ un video di cui la chiave si
da’ a chiunque apra la pagina. La differenza sembra sottile e non lo e’, perche’
tiene fuori lo scaricamento automatico. A una condizione, pero’, che vale la pena scrivere in
grande: quella chiave dev’essere sua, generata a parte. Riusare per un video
gratuito la chiave di un contenuto a pagamento significa consegnare a chiunque passi la serratura
di cio’ che si vende.